Tito Livio è nato a Padova

Tito Livio (59 AC – 17 DC) è stato uno storico ed autore latino.

Tito Livio (il Cognome è ignoto) nacque a Padova e, trasferitosi a Roma, entrò in relazione con Augusto. I suoi interessi si rivolsero dapprima alla filosofia ma - tra il 27 e il 25 AC - si dedicò completamente alla sua opera storica Ab Urbe condita libri, che narra le vicende di Roma dalla sua fondazione, conseguendo un notevole prestigio e ammirazione, tanto che indirizzò gli interessi storiografici del futuro imperatore Claudio.

Alternò la vita a Roma con lunghi soggiorni nella natia Padova, dove morì nel 17.

Asinio Pollione (76 AC - 4 DC, storico, critico ed oratore di gusto atticista) rimproverava a Livio una certa "patavinitas", ossia un provincialismo padovano, alludendo sia allo stile sia alle nostalgie repubblicane e all'attaccamento al mos maiorum.

Livio rifiuta lo stile di Sallustio (inconcinnitas, antitesi, dinamicità, prosa austera e sentenziosa, essenzialità, paratassi), avvicinandosi alla forma che Cicerone aveva indicato per la storiografia romana (stile modellato sull'oratoria, quindi ipotattico, con varietà di toni, scorreggevole, regolare nell'espressione, maestoso e pacato). Lo stile di Livio è ampio, fluido, senza artifici, dotato di duttilità e varietà, ma il periodare, confrontato con quello ciceroniano, risulta spesso carico, quasi impacciato dai troppi particolari importanti concentrati in un unico lungo momento discorsivo. A volte la lingua tende alla pesantezza e diviene, per eccessiva arte, scorretta e innaturale nel rapporto fra la costruzione del periodo e il pensiero.

In effetti, mentre il periodo ciceroniano è fatto per essere ascoltato, quello liviano è destinato ad essere letto. Nella prima decade sono maggiori le concessioni al gusto arcaizzante, consono alla lontananza degli eventi narrati, mentre nelle parti successive predominano i canoni del nuovo classicismo. Livio spesso drammatizza il racconto, senza però alterare la realtà. La concezione liviana della storia è moralistica, ossia studia le personalità, non è quindi uno studio politico mirante a spiegare atteggiamenti, eventi, fazioni, ideologie, interessi materiali.

Per sua ammissione, Livio antepone alla ricerca della verità storica, l'esposizione drammatica della storia e mira a mostrare le qualità mentali e morali che possono influenzare gli avvenimenti, i sentimenti di un popolo o di una folla, i pensieri, i desideri, le incertezze e le congetture di un personaggio. Scrivere la storia per Livio è farne rivivere i protagonisti, tale atteggiamento va a scapito dell'obbiettività e del distacco impersonale dello storico. L'autore giudica i suoi personaggi ed essi si giudicano reciprocamente. Livio sa raffigurare grandi scene di massa ed i frequenti discorsi indiretti evocano gli stati d'animo di folle e gruppi di persone, abili discorsi diretti, costruiti con efficace arte oratoria, delineano i pensieri dei personaggi.

Il modello di stile storiografico elaborato da Livio divenne rapidamente un "classico" e rivaleggiò a lungo con quello Sallustiano. Nonostante la prevalenza nell'antichità del modello sallustiano e poi tacitiano, la fortuna di Livio fu molto grande, a lui attinsero gli storici posteriori greci e romani. L'enorme mole dell'opera fece sì che presto se ne allestissero delle "epitomi". Nelle Perìochae (Sommari) è conservata la tradizione del Livio epitomato a scopo didattico. Dopo la fine del mondo antico, Livio continuò ad essere letto, nonostante un certo declino della sua fortuna nel primo Medioevo. Dante lo collocò, nel De vulgari eloquentia, fra i grandi prosatori.

Petrarca riuscì ad entrare in possesso della 1ª, 3ª, e 4ª decade di Livio e ne trasse ispirazione per alcuni episodi dell'Africa, una volgarizzazione della terza e quarta decade fu opera probabilmente di Boccaccio. Le storie del repubblica fiorentina composte in latino da Poggio Bracciolini devono molto a Livio, Machiavelli compose in volgare i Discorsi intorno alla prima decade, ossia la prima riflessione moderna sulle vicende di Roma, che si sforza di trarre da esse insegnamenti. Gli umanisti cercarono i libri perduti: nel 1527 furono ritrovati i libri 41-45, nel 1615 il libro 33. In varie epoche numerose tragedie furono tratte in Italia e in Francia dal testo di Livio.

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